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Il baro del 78277

PHIL IVEY Phil Ivey è stato il primo giocatore professionista afroamericano a raggiungere l'aria rarefatta dei supercampioni di Texas Hold'em, la versione del poker esplosa in popolarità grazie a televisione e Internet, ammassando, oltre a nove titoli e relativi braccialetti da campione del Mondo, fino a 19 milioni e mila dollari in un anno. Cifre da superstar dello sport. Per il suo viso dai tratti eleganti era stato soprannominato dai media il "Tiger Woods" del gioco e lui, tanto per aggiungere un altro asso alla propria mano, preferiva definirsi il "Michael Jordan" del poker, come l'irraggiungibile gigante del basket. Gli occhi nel cielo, quelle telecamere nascoste nel soffitto che osservano ogni mossa di ogni giocatore a ogni tavolo, e gli occhi ancora più diffidenti installati nel volto dei "pit boss", i sorveglianti che controllano i tavoli, lo accusano di avere praticato l'edge sorting, di avere imparato a "leggere" il dorso della carte da un difetto impercettibile di fabbricazione. Una tecnica apparentemente non illegale che va ben oltre la formidabile enciclopedia del baro con microcomputer nascosti nelle mutande, interruttori sotto il ditone del piede o la sempre popolare complicità del dealer, dell'impiegato che smazza le carte, spesso conclusa con denuncia, espulsione e, si dice, qualche vigorosa martellata sulle dita del furbo. Il solo indizio che stesse facendo qualcosa di strano era la sua insistenza nel chiedere che il mazziere distribuisse le carte molto lentamente.

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